Saturday, November 24, 2012

Via Bastioni

L'indirizzo era via Bastioni, 17 a Salerno.  Li' abitava mia nonna Lucia. Odiavo andarci. La casa era un basso: una grande stanza, da un lato una vecchia rete con materasso, la poltrona di finta pelle rossa lucida, il como' con la televisione e , dietro la poltrona, un vero e proprio altarino dedicato ai santi, Gesu' e ai morti. Al centro un busto di Gesu' di legno, ricoperto rigorosamente da cellofan, perche' la polvere non lo rovinasse. Piu' avanti le foto dei morti, tra cui quella del nonno Fortunato in posa da star di Hollywood, davanti una scalinata , con un vestito chiaro. Decisamente un bell'uomo. E poi, un santino in una bara di plastica e i lumini rossi a destra e a sinistra che creavano in quella sorta di caverna un'atmosfera misteriosa. Al centro della stanza, un grande tavolo, ricoperto da almeno due tovaglie plastificate. Le sedie di melamina, tutte scardate. Dietro il tavolo, un'altra piccola caverna destinanata a contenere le provviste in barattolo: melenzane sott'olio, peperoni arrostiti, bottiglie di pomodoro e banane da maturarsi. Il tutto rigorosamente nascosto da una tenda a rettangoli, ognuno dei quali conteneva un disegno diverso.
E dall'altro lato del tavolo, il lavandino, un tavolo di marmo per preparare il cibo, un fornellino a 3 fuochi e ancora un'altra tenda, che separava la stanza da un angolo stanzino, dove venivano conservati gli imbrogli: vecchie reti da pesca, biciclette, ombrelli, lo scaletto, e scarpe. Dallo stanzino si accedeva anche al bagno: tre o quattro scalini e vi si trovava il WC con un enorme lavandino ("lavaturo") di marmo a graniglia sopra il quale c'era una piccola finestra che dava sulla cucina. Non c'era acqua calda in quella casa. L'aria era sempre puzzolente di muffa. Tutto sempre sporco. E la nonna che cucinava sempre pesante, utilizzando una montagna di olio o addirittura sugna.

Fuori un cortile stretto e lungo, la cui pavimentazione era quasi fragile, visto che bastava una pallonata un po' piu' energica per lasciarvi un buco. La nonna andava in bestia. Diceva che sarebbero usciti i topi e che bisognava comprare subito "la giumenta" (il cemento) per otturare i buchi.

Non mi piaceva starci. La puzza permanente, lo sporco, l'umidita' e il freddo, lo rendevano un posto odioso. Ogni superfice era appicicosa. A terra era sempre sporco. La carta igienica era di quelle che ti portava via anche la pelle e non c'era nulla da fare, oltre che guardare la tv o giocare fuori per la strada. A me non piaceva giocare per strada...

Nonostante ciò, ricordo quando mi arrampicavo sul cancello del cortile e lo facevo aprire e chiudere, usando il peso del mio corpo. E così il cancello cigolava in continuazione, aprendosi e chiudendosi, avanti e indietro. Questo faceva andare in bestia il fantomatico maestro di musica che faceva lezioni al primo basso. Diceva che disturbavamo le sue lezioni. E poi usciva la nonna a dargli ragione.

Quindi toccava arrampicarmi sul muro del cortile e giocare lassù. In genere restavo là, seduta e basta, sentendomi quasi la padrona del mondo da quella altezza - a solo qualche metro più in alto.

Quando ci veniva proibito di giocare nel cortile, dovevamo spostarci "giù i scalini," ossia le scale direttamente di fronte il cancello. Un centinaio di scalini, divisi in varie piazzole. Lì giocavamo a pallone, cercando a tutti i costi, di non far cadere la palla giù per tutte le scale. Potevamo giocare solo alla prima piazzola. Non potevamo assolutamente andare all'ultima, perché lì ci andavano i drogati, come testimoniavano le varie siringhe abbandonate sui gradini. Bisognava fare bene attenzione.
Spesso le gradinate erano invase dai giovani della parrocchia, le cui porte si aprivano sulle varie piazzole. E così ci incantavamo a guardare come giocassero a ping-pong o suonassero la chitarra o quanto si divertissero. E non vedevo l'ora di essere grande come loro per acquistare la stessa indipendenza.


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