Friday, March 27, 2015

Rinnovare Casa

Quando in eta' adulta si crea la propria casa, lo si vorrebbe farlo cercando di ricreare la casa della propria infanzia, per ricreare quei momenti di dolcezza e uno spazio in cui ci si sentiva sicuri e amati.
A volte aggiungiamo a questo spazio nuove abitudini e nuove idee che abbiamo acquisito strada facendo, per arricchire ancora di piu' l'eseperienza. Altre volte, invece, e' necessario demolire tutto e  ricostruire tutto da zero. Questi sono i casi in cui i ricordi dell'infanzia sono caratterizzati dall'assenza di uno spirito positivo, dalla presenza di situazioni violente e da uno stato generale di insicurezza ed incertezza.

Questo e' stato il mio caso - o almeno io l'ho percepito cosi'. E se l'ho percepito cosi' - essendo bambina - non so quanto sia stato colpa mia. Vivevo in uno stato di terrore: se non portavo a termine i compiti affidatomi nella maniera desiderata da mio padre, le conseguenze erano punizioni corporali e abusi verbali Se ci comportavamo da bambini quali eravamo, mentre lui dormiva, venivamo picchiati, messi alla porta in mutande e magliette, chiusi fuori il balcone. La domenica pomeriggio, quando tutti i negozi erano chiusi, i miei riposavano al pomeriggio. Avevano i loro rapporti e poi mio padre si svegliava, mi chiamava  e pretendeva che scendessi a comprargli acqua minerale, perche' aveva sete dopo le sue "fatiche". Avevo poco piu' di otto anni quando questo inizio' a sucedere. Non era semplice andare a trovare un posto aperto che vendesse acqua minerale... ma dovevo farlo e in un preciso arco di tempo, altrimenti, erano guai.

In tutto questo, mia madre non si e' mai schierata a nostra / mia difesa. Era completamente muta. Compiacente o vittima? Non saprei. Ma come madre, oggi, posso dire che se fossi stata in lei, mi sarei schierata contro le pazzie di mio marito e avrei tutelato i miei figli e la loro sicurezza, anche se avesse significato finire per strada.

Mia madre, oggi, ha cancellato tutto, in virtu' del fatto che deve salvaguardare la sua tranquillita', forse, cosi' come faceva allora. Per salvaguardare la sua tranquillita', ha preferito che soffrissimo noi, che soffrissi io e che per una vita, mi portassi dentro ferite per cui non sono responsabile. E ancora oggi, continua con lo stesso atteggiamento. Ma poi fa la sconvolta quando mio marito punisce i miei figli a volte in maniera stravagante - ma mai violenta - come quando ha tolto il privilegio ad uno dei ragazzi di dormire sul materasso comodo e il materasso e' finito in giardino.

Allora, quando la mia famiglia - soprattutto mio fratello Luca - entra a casa mia e ricrea quegli stessi atteggiamenti di tensione tipici di mio padre - urla, bestemmie, lamentele per qualsiasi aspetto della vita - al cospetto dei miei figli, mio marito e me, non posso fare altro che reagire male. Per quanto voglia contenermi, a un certo punto la situazione diventa insostenibile. Mia madre resta la muta di sempre, mentre io devo farmi carico dell'imbarazzante compito di "correggere" le cose.

E allora, non mi resta altro che demolire tutta la struttura della casa della mia infanzia, ripulire tutto  e ricostruire da capo, pietra su pietra per cercare di creare qualcosa di piu' stabile e duraturo.


Purtroppo, la mia famiglia non capisce questo concetto: si soffermano sul fatto che non si possono cancellare le proprie origini e che non ci sia spazio per cambiamenti e miglioramenti - perche'" siamo fatti cosi', punto e basta". Strano... perche' lo stesso mio padre - uomo rozzo- alla fine dei suoi anni, aveva capito l'importanza di migliorarsi e di liberarsi del pesante bagaglio di generazioni passate.





Saturday, February 28, 2015


Mamma,

Cosa pensavi quando tuo marito ti ha lasciata in macchina ed e' corso nel cortile dalla nonna Lucia, perche' vedendomi piangere, seduta sul gradino della porta, decise che la punizione giusta per una ragazzina di undici anni - che piangeva per essere lasciata l'ennesimo sabato senza madre - sarebbe stata massacrarla di botte? E quando quella stessa bambina dovette inventarsi la scusa di essere caduta su una barca per giustificare a scuola il lividone sulla fronte?

Cosa pensavi quando ti raccontavamo che papa', in balia della pazzia (?) ci aveva fatto mettere in fila, fatti togliere le magliette e frustrato le nostre schiene, uno ad uno (avevamo piu' o meno dodici e nove anni) perche' avevamo interrotto il suo sonno pomeridiano. Oppure quando, per lo stesso motivo, ci chiudeva fuori la porta o fuori il balcone in mutandine e maglietta?

Cosa pensavi quando ti raccontavamo che spegneva le sigarette sulle gambe di Luca o quando lo riempiva di botte perche' ancora piccolo, ogni tanto faceva la cacca sotto?

Cosa pensavi quando tuo marito tornava a casa con giornaletti pornografici e li "nascondeva" in posti facilimente individuabili anche da noi?

Cosa pensavi quando venni a raccontarti che mi aveva portato con lui in una delle sua scappatelle "romantiche" (avevo tra 5 e 7 anni).

Cosa pensavi quando chiedevo in continuazione di rimanere dalla nonna? Ti domandavi il perche'?


Potrei raccontare tanti episodi simili, ma mi fermo.

Forse, allora, non volevi ascoltare? Forse, eri vittima della paura, a causa di reazioni simili che tuo marito aveva su di te. Forse, era piu' facile ignorare e far finta di niente, rifugiarsi nel lavoro, in un mondo diverso - difficile, ma diverso.

Ma, quando qualche settimana fa, ti ho detto degli abusi sessuali su di me da parte di mio padre e tuo marito, tu cosa hai pensato? Hai di nuovo preferito non sentire e non vedere? Ma perche'? Hai ancora paura di lui? Di cosa hai paura?

Cara mamma, io non posso dimenticare tutto il male che mi e' stato fatto, perche' era di natura cosi' diabolica che cancella automaticamente ogni bene che ci sia potuto essere. E tu, non puoi permetterti adesso di voler mettere a tacere i miei sentimenti, soprattutto dopo quello che ti ho detto di recente. Tu, come donna e come moglie, puoi scegliere di vivere i tuoi sentimenti come meglio preferisci, d'altronde il marito te lo eri scelto tu e, secondo cio' che professi, se si tratta di vero amore, bisogna essere pronti a perdonare. Ma mio padre non era mio marito e io non ricordo di averlo scelto. Ogni giorno mi sforzo di perdonarlo e di dimenticare, ma quando tu e i miei fratelli volete farmi credere che l'unica ad avere ferite sia io e che si tratta di qualcosa di ridicolo ed immaturo, mi dispiace, ma io davvero non posso. I giornali e la tv, oggi, sono pieni di queste storie. La gente ha il coraggio di denunciarle e la gente ha il coraggio di condannare, sia a parole sia con pene serie. Tu guardi questi programmi, li ascolti di frequente. I commenti li fai tu e li fanno i miei fratelli : "Ma che animali!"

Io non ho nessun problema a mostrare le mie ferite, a parlarne e a condividerle.  Ma il mio istinto di autodifesa, mi impone di non poter accettare la reincarnazione di fantasmi per riaprirle.
Mamma, io ho smesso di vivere con i fantasmi. Non ne voglio piu'.

Ho problemi reali da affrontare, da quelli di salute a come provvedere ed essere presente nella vita dei miei figli e di mio marito.

L'ultima cosa che mi serve e' avere accanto madre e fratelli che si comportano come se nulla fosse successo mai, che riportano nella mia vita e nella mia casa situazioni e stati d'animo che mi hanno fatto stare male per anni.

Infine, vorrei concludere con delle osservazioni per i miei fratelli:

Cari fratelli,

vorrei chiarire delle cose una volta e per tutte:

Io non ho scelto di venire a studiare in America. Mi e' stato imposto. I motivi che io individuo sono ben diversi dai motivi a cui superficialmente volete pensare voi: io sono convinta che papa' volesse allontanarmi da se stesso, rendendosi conto di quanto mi stava facendo male. (leggete quello che ho scirtto a mamma - ormai non ci sono piu' segreti).  Il futuro migliore, un'opportunita' in piu' sono una bella storia da raccontare. Quando mi dite che si ritrovava a piangere xche' economicamente non ce la faceva - posso crederci. Ma vi invito anche a pensare che, in cuor suo, c'era di piu'. Soprattutto, tanti rimorsi. E vi invito a pensare a tutti i pianti che mi sono fatta io, nella mia solitudine.

Se avessi saputo, allora, che mio fratello o i miei fratelli contribuivano a  mantenermi agli studi, vi assicuro che avrei smesso subito e avrei preso un'altra direzione.

Mi dispiace fare questo, ma a voi a cui piace parlare di soldi, parlo di soldi. Non mi piace farlo, mi ripugna. Non mi piace rinfacciare soldi. Ma se mi vengono rinfacciati, non posso non fare altrettanto.
A gennaio del 1993, ho iniziato l'universita': all'epoca costava $3,000 dollari al semestre, incluso vitto e alloggio. Il primo semestre l'ho pagato per intero. Poi, ho avuto borse di studio per coprire meta' della retta. Se faccio i calcoli per un totale di 4 semestri, arrivo a $7,500 dollari. Possiamo dire senza dubbio, che a quelli se ne siano aggiunti migliaia in piu', per spese varie piu' i costi di spostamenti aerei. Fate il conto voi: 15,000? 20,000?

Allora, voglio chiarire per la prima e l'ultima volta che i miei debiti con voi e mio padre  li ho estinti quando l'ho sepolto al cimitero di Grove St. a Medford e quando ho affrontato le spese del funerale. E li ho piu' che estinti ogni volta che mio marito ha messo le mani in bocca ad ognuno di voi, a papa' stesso e a mamma. Quindi, per favore, chiudiamo questo argomento una volta e per tutte. Mi dispiace non potervi restituire il tempo "rubatovi". Se potessi lo farei.

Allora, adesso che per l'ennesima volta ho messo in terra le mie carte, sentitevi tutti liberi di trarre le vostre conclusioni. Piu' che altro, vi invito ad avere un atto di riguardo per la parte piu' sacra di voi stessi e di onorarla, scoprendo anche voi le vostre ferite e mettendo a nudo anche voi la vostra rabbia, i vostri sentimenti calpestati e vostri sogni infranti.

Si mio padre sara' sempre mio padre, ma il modo in cui mi ha ferita non posso dimenticarlo. Se voi potete metterlo a tacere, allora siete piu' avanti di me. Ma se avete bisogno ancora di giustificarvi a lui e di vivere la vs. vita in sua virtu', allora, non saprei.


Grazie per il tempo dedicatomi.








Sunday, April 13, 2014

RISPETTO: AUTORITÀ O MERITO?

Le ultime dodici ore sono trascorse in balia delle onde. Ancora una volta, il maremoto che Mark provoca quando è a casa, tra noi, ha attaccato i nostri spazi, insabbiando i nostri sentimenti, punti di vista, aspettative e programmi.

Ho trascorso quasi tutta la settimana a prendermi cura di Eleni - malata da martedi con febbre, letargia, stanchezza. Solo una mamma o un padre che cresce i figli puo' capire la spossatezza che deriva da queste situazioni,   quando devi trasformarti in crocerossina da campo, 24 ore su 24. Basta dire che venerdi, avro' trascorso circa venti minuti a pulire ogni angolo della bocca di Eleni, perchè anche lì la piccola era incapace di funzionare. Per non parlare di tutti i tentativi inutili di prepararle cibo, per, poi, sentirsi dire "Non ho piu' fame" o " Non ce la faccio a mangiare tutto" e "Mi viene da vomitare, non mangio piu".

Avevo sperato che entro sabato si sarebbe ripresa ed ero rimasta, quindi, contenta dell'invito ad una festa internazionale nel rione spagnolo a Cambridge. "Sara' bello prendersi una pausa dal dover cucinare un altro pasto " - avevo pensato , ingenuamente...

Ovviamente, Eleni, nonostante un onorabile tentativo di ripresa, non ce l'ha fatta a sentirsi meglio. Ha provato ad andare alla festa di compleanno della sua amica Diana, ma poi, al ritorno a casa, e' letteralmente crollata.

Pensando di fare il giusto, democraticamente parlando, ho riunito i miei, mia madre inclusa, spiegando che Eleni stava ancora male. Non avevo cucinato, pensando di andare a quella festa, e adesso rimaneva il problema di come gestire la cena: cosa volevano fare? Il capofamiglia ha prima proposto di andare a prendere qualcosa. Quando abbiamo proposto burritos - per risparmiare e per accontentare i palati più o meno di tutti, senza dover rinunciare all'esperienza, visto che lui era partito dall'indiano / tailandese, - lui ha fatto marcia indietro e ha proposto di cucinare. Ammetto di avere obiettato subito: avevo passato la mattinata a ripulire la cucina - non mi andava proprio di rimettere tutto a soqquadro... E dopo di me, hanno obiettato anche Simon e Luca - soprattutto Luca - che poi, si è subito relativamente calmato, dandosi alla TV.

Ovviamente, lo chef d'eccezione, non poteva offrire i suoi servizi al 100% ed ha voluto - esigendola - subito la collaborazione dei ragazzi. Apriti cielo... mentre Simon, riesce a mettere una pietra sopra e a sopportare gli exploits paterni - Luca non ce la fa. E così, ne e' nata una scenata estrema. Una scena che non avrei mai sognato di vedere tra i miei figli e il "gentiluomo" che mio marito professa di essere. Ho avuto il netto sentore che stava per uscirne fuori una tragedia. Sono, quindi, corsa, cercando di calmare la situazione, e siamo tutti diventati un ingarbuglio di carne che cercava di dividersi e trattenersi a vicenda, dimenandosi tra braccia, piedi, mani e urla a squarciagola. Chi ci ha sentiti avra' certamente avuto paura.

La scena piu' ridicola è stata vedere Mark trascinare fuori il garage il materasso, denudato di lenzuola e coperte, di Luca per torglierli il privilegio di dormire sul letto.

Sono riuscita a portare Luca giù e a farlo calmare. Abbiamo parlato. Ho spiegato e ho anche difeso il padre - anche se, pero', non approvo affatto i suoi metodi poco sofisticati e alquanto primitivi. La sua idea è che, come padre, merita di essere rispettato, in quanto padre e capofamiglia. Rispettato significa ubbidito, instantaneamente e senza poter esprimere un'opinione divergente. 

I nostri figli sono diventati cio' che gli abbiamo insegnato: tante volte gli abbiamo spiegato che quando non sono d'accordo su certe cose, quando hanno opinioni diverse, basta esprimersi e negoziare. Ora che lo fanno, Mark se ne esce con la storia del capofamiglia, la cui autorita' deve essere rispettata. E cosi' siamo passati da una possibile democrazia ad una dittatura.

Ho trascorso la notte senza chiudere occhio, ovviamente, pensando a questo concetto del rispetto - il tutto mentre lui dormiva sogni tranquilli - come se nulla fosse mai successo. E ancora una volta, mentre le nostre vite erano state scosse da un ennesimo suo sopruso, la sua continuava beata - evidentemente contento di avere affermato ancora una volta la sua autorita'.

Mi sono domandata cosa significa per me essere rispettata come madre e sono giunta alla conclusione che se i miei figli mi rispettano soltanto perche' li ho messi al mondo, allora quel rispetto - seppur forse dovuto, non e' meritato. Essere madre, o più in generale essere genitore, va al di là del mettere al mondo qualcuno, soprattutto se quel qualcuno è stato generato nell'amore e con amore. Genitore, madre e padre, si diventa, applicandosi con tutto se stessi per raggiungere uno stato di simbiosi, dialogo, amore e rispetto reciproco con il proprio figlio. Quando torno a casa, spero che i miei figli non alzino gli occhi al cielo, pensando "Eccola... facciamoci la croce... "  Vorrei, invece, che la loro reazione fosse una di gioia: " È arrivata la mamma! Corro subito ad abbracciarla perche' le voglio un mondo di bene". 

Vorrei che il mio esempio e condotta di vita, aiutassero i  miei figli a voler diventare ogni giorno persone migliori - ma non perche' lo richiede la mia autorita' -  ma semplicemente perche' i miei figli possono leggere chi sono davvero e perche' posso essere fonte di ispirazione. Cerco di aprirmi con loro e renderli partecipi dei miei piccoli momenti di vita, cosi' come cerco di fare aprire loro con me, di ascoltare ed essere disponibile  e presente. Li vado a prendere a scuola, anche quando non ce ne sarebbe bisogno, li abbraccio in continuazione, e dico loro che gli voglio bene. Gli preparo dei dolci a sorpresa. Li aiuto con i compiti. Mi interesso alla loro vita sociale, ai loro sentimenti, al loro tutto. Non e' sempre comodo o ideale, ma ci provo con tutta me stessa. E' complicatissimo dover gestire i loro bisogni fisici, psicologici e sentimentali. Non so se faccio bene, ma me lo auguro.

Quindi cosa vale di piu', il rispetto dovuto o quello meritato?

Anche io come tanti, ho detto, alla stessa eta', dei miei genitori: "Che piaga - non li sopporto". In realta', quasi li odiavo, ma non volevo odiarli. Volevo essere felice con loro, presa in considerazione, ascoltata e amata. Li ho sempre rispettati - solo perche' erano i miei genitori, ma non avrei scelto di rispettarli, se non fossi stata la figlia. E oggi, come adulta, vorrei avere dei ricordi sereni con loro, ma non ne ho.
Sono convinta che i figli possono amare i genitori durante la crescita adolescenziale - se solo i genitori danno spazio ai propri figli per spiegarsi e per renderli partecipi delle problematiche quotidiane.

Oggi ho chiesto a Simon se mi vuole bene. Mi ha risposto di si. Al che, gli ho chiesto se mi vuole bene perchè' sono sua madre. E lui: "No, I love you because you are a good person."

Spero che sia sincero!

Saturday, November 24, 2012

Via Bastioni

L'indirizzo era via Bastioni, 17 a Salerno.  Li' abitava mia nonna Lucia. Odiavo andarci. La casa era un basso: una grande stanza, da un lato una vecchia rete con materasso, la poltrona di finta pelle rossa lucida, il como' con la televisione e , dietro la poltrona, un vero e proprio altarino dedicato ai santi, Gesu' e ai morti. Al centro un busto di Gesu' di legno, ricoperto rigorosamente da cellofan, perche' la polvere non lo rovinasse. Piu' avanti le foto dei morti, tra cui quella del nonno Fortunato in posa da star di Hollywood, davanti una scalinata , con un vestito chiaro. Decisamente un bell'uomo. E poi, un santino in una bara di plastica e i lumini rossi a destra e a sinistra che creavano in quella sorta di caverna un'atmosfera misteriosa. Al centro della stanza, un grande tavolo, ricoperto da almeno due tovaglie plastificate. Le sedie di melamina, tutte scardate. Dietro il tavolo, un'altra piccola caverna destinanata a contenere le provviste in barattolo: melenzane sott'olio, peperoni arrostiti, bottiglie di pomodoro e banane da maturarsi. Il tutto rigorosamente nascosto da una tenda a rettangoli, ognuno dei quali conteneva un disegno diverso.
E dall'altro lato del tavolo, il lavandino, un tavolo di marmo per preparare il cibo, un fornellino a 3 fuochi e ancora un'altra tenda, che separava la stanza da un angolo stanzino, dove venivano conservati gli imbrogli: vecchie reti da pesca, biciclette, ombrelli, lo scaletto, e scarpe. Dallo stanzino si accedeva anche al bagno: tre o quattro scalini e vi si trovava il WC con un enorme lavandino ("lavaturo") di marmo a graniglia sopra il quale c'era una piccola finestra che dava sulla cucina. Non c'era acqua calda in quella casa. L'aria era sempre puzzolente di muffa. Tutto sempre sporco. E la nonna che cucinava sempre pesante, utilizzando una montagna di olio o addirittura sugna.

Fuori un cortile stretto e lungo, la cui pavimentazione era quasi fragile, visto che bastava una pallonata un po' piu' energica per lasciarvi un buco. La nonna andava in bestia. Diceva che sarebbero usciti i topi e che bisognava comprare subito "la giumenta" (il cemento) per otturare i buchi.

Non mi piaceva starci. La puzza permanente, lo sporco, l'umidita' e il freddo, lo rendevano un posto odioso. Ogni superfice era appicicosa. A terra era sempre sporco. La carta igienica era di quelle che ti portava via anche la pelle e non c'era nulla da fare, oltre che guardare la tv o giocare fuori per la strada. A me non piaceva giocare per strada...

Nonostante ciò, ricordo quando mi arrampicavo sul cancello del cortile e lo facevo aprire e chiudere, usando il peso del mio corpo. E così il cancello cigolava in continuazione, aprendosi e chiudendosi, avanti e indietro. Questo faceva andare in bestia il fantomatico maestro di musica che faceva lezioni al primo basso. Diceva che disturbavamo le sue lezioni. E poi usciva la nonna a dargli ragione.

Quindi toccava arrampicarmi sul muro del cortile e giocare lassù. In genere restavo là, seduta e basta, sentendomi quasi la padrona del mondo da quella altezza - a solo qualche metro più in alto.

Quando ci veniva proibito di giocare nel cortile, dovevamo spostarci "giù i scalini," ossia le scale direttamente di fronte il cancello. Un centinaio di scalini, divisi in varie piazzole. Lì giocavamo a pallone, cercando a tutti i costi, di non far cadere la palla giù per tutte le scale. Potevamo giocare solo alla prima piazzola. Non potevamo assolutamente andare all'ultima, perché lì ci andavano i drogati, come testimoniavano le varie siringhe abbandonate sui gradini. Bisognava fare bene attenzione.
Spesso le gradinate erano invase dai giovani della parrocchia, le cui porte si aprivano sulle varie piazzole. E così ci incantavamo a guardare come giocassero a ping-pong o suonassero la chitarra o quanto si divertissero. E non vedevo l'ora di essere grande come loro per acquistare la stessa indipendenza.


Sunday, May 27, 2012

La mia nonna!

Nonna....e' da tempo che voglio scrivere, per ricordarti... Non posso piu' parlarti, non so come stai e che aspetto hai...se ancora ti ricordi di me e se mi riconosceresti...Ma io ti penso, sempre e tanto.
Ti ritrovo nelle mie preghiere, quando la mente mi riporta indietro alle sere trascorse a casa tua.  Mi mettevi a letto, nella poltrona che si apriva e che aveva il materasso sottile come un'alice e il cuscino "i nuzzoli" di lana dentro. Ma non importava. La tua presenza, il tuo calore e la protezione che mi offrivi erano abbastanza per non farmi soffermare troppo sull'eventuale disagio fisico posto dal letto. E prima di chiudere gli occhi, mi venivi a baciare in fronte e insieme, dicevamo le preghiere. "Buona notte, Madoninna mia..." e il resto nememno me lo ricordo piu'.
Ti ritrovo quando, armata di stuzzicadenti, coltello e straccio, vado a pulire il grasso che si accumula ai bordi e nelle fessure della cucina. Quando decidevi che era da farsi, era un lavoro che durava un paio d'ore minimo Coltello in pugno, con lo straccio giallo appeso alla punta e via! su e giu' per le fessure. E poi la retina, lo scottex finche' non arrivavo anche io a dare il tocco finale : gli stuzzicadenti per le fessure piu' piccole - solo dopo questa elaborata operazione, poteva dirsi che la cucina era pulita!
Ti ritrovo quando friggo le zucchine (per farle alla scapece), quando taglio i peperoni con le forbici e li ripasso sul fuoco con capperi, olive e pane grattugiato -" cosi' sono piu' digeribili", dicevi tu.
Ti ritrovo quando mi alzo presto  e , per le nove, il pranzo e' gia' pronto.
Ti ritrovo quando impasto gli gnocchi, le fettuccine, i cavatelli e ricordo la gioia della domenica, quando si veniva tutti a pranzo da te. E la solita domanda " Mangiamo nella stanza da pranzo o in cucina?" "No, stiamo in cucina. Ci stiamo stretti, ma e' piu' bello, tutti uniti!" Ma inevitabilente, macavano le sedie...e mi ricordo "lo scannetto" e la sedia pieghevole di legno per la spiaggia...si utilizzava di tutto, pur di stare insieme e di degustare le tue creazioni e bonta', "come Dio comanda"!
Ti ritrovo quando lego la busta della spazzatura e ricordo le consuete "strofette" tra te e il nonno. "Vuaglio', che dici? A munnezza e' chiena! 'A chiurimme?" e tu "E sini! tu e sta munezza! e' 'na malatia. Va la iette! e fa' 'mbressa".
Ti ritrovo negli occhiali da sole e la collana di perle... un fisso prima di uscire, anche se per fare solo la spesa. Il filo di rossetto allo specchio dell'entrata e le lunghe bussate al citofono per chiedere aiuto a portare su la spesa. "Vienimi 'ncontra", mi urlavi da giu' ed io mi precipitavo, per arrivare almeno, alla fine della prima rampa di scale e soccorrerti. Ma anche per afferrare la busta del pane fresco e mangiarne mezza pagnotta prima di arrivare su.
Ti ritrovo, nonna, nella pelle liscia di mia madre, tua figlia. Nei suoi sguardi e nei suoi gesti e mi domando se, un giorno, quegli sguardi e gesti diventeranno anche i miei!
Ti voglio un mondo di bene e ti ringrazio per avermi aiutata a diventare la persona che sono oggi!



Monday, January 30, 2012

"You looked blue on Sunday, and I thought I would drop by an pay you a visit". The RS president of my ward had come to the house and pleasently surprised me with her warmth and love.
Living in the Boston area, you quickly get used to the fact that nobody pays you a visit unless it has been on the calendar for at least a month. You can imagine my bewilderment and joy when I heard the knock at the door in the early afternoon hours and recognized the warm smile of a lady I did not think was at all concerned about me. Unfortunately, my joy was soon to overcome by disappointment when later in our discussion, she was explaining the nature of the gift she had brought: a small notebook. "You can write in it your feelings of gratitude. That will help you get out of your dark mood. I have done it for my daughter. She is also eperiencing the blues ..."
"the blues??" I wondered what in the world she was talking about.. then I got it...depression. So I enquired more about her daughter, hoping to be able to get some insight into this new problem in my life. She said her daughter, a young brinde and mother of two, was feeling down. She was phisically exahusted, she felt her husband did not care for her as much, and that she looked at herself with pity...so shabby looking, tired, unhappy. To which the mother had replied " Well, what did you expect? you are a young bride, stay home mom, in the church... of course you ought to experience some depression...this is normal."

I had just changed primary care physician. This time I was sure I had chosen the right guy: highly recommended by our stake president and wife, intelligent, young smart doctor at MGH, LDS and bishop of a local ward. What more could I ask for?
At one of our first meetings, as I had just patiently described my symptoms for the 100th time,and as he was trying to make sense of them, he explained the following: "well, Carmen, you know that Utah is one of the states with the highest depression rate. They attribute it to the lack of caffeine and alchool consumption. So you know, as members of the church, we are prone to get depressed. You are a stay home mom, you don't drink, you don't smoke or use recreational drugs...of course, you may be experiencing depression..."

This was the beginning of my voyage into depression...

Now...a year plus later...I am on medication, have taken on a volunteer job at the temple, once a week, I have invested in a gym membership (I try to go 3 times a week), I teach an Italian class once a week, I volunteer at m y children's schools every time I possibly can, I make dinners for needy families in the ward, I have a calling teaching Primary everyweek....I still have pain...I still experience mood swings, and my periods hurt like crazy...

Should I start drinking coffee and using marjiuana?

Wednesday, February 2, 2011

The Coat

"I like your coat!" she suddenly exclaimed, after paying her bill at the doctor's office.
I was in line behind her, or actually to the side. I had to lean against the glass wall that separated us from the secretary because my body was frail and ailing after the last laparoscopic surgery. I could hardly keep my eys open and I just wanted to sit or lay down. Why was I there, anyway, if I had just come out of another infernal surgery? Because the superstitious side of me did not want to give up an acupuncture session, in case it was working, and breaking the cycle would mean having to start all over again. Anyway, "I like your coat"! That exclamation woke me up and suddenly brought me back to the word of the living. What was it supposed to mean? My coat? My bright ,pink, long parka? "I like it too" - I wanted to say - but instead I just replied with an "I like yours! It's longer and warmer - same color. Yes, I like it!"

I took a closer look at her. She had just paid a receipt to go see Dr. Bailey, one of the doctors that I also see. The pain doctor, to be specific. I started wondering...she must be in pain, I thought. I wonder what phase of pain she is in. Her face is still chubby, no make up, but uniform color throughout. She must be at the beginning of her journey or she would have dark circles under her eyes, wild hair, abundant make-up to conceal her tiredness and frustration, and bushy eybrows like mine.
Instead, she still looked relatively relaxed - although slow in her motions.

It's my turn to pay the $70.00 for acupuncture. But the bright, long, pink parka and the woman keeping warm under it do not leave my mind. They come back and haunt me late at night, when I can't fall asleep. We have more than a long and pink parka in common. We are two frail individuals dealing with pain. I wonder what type of pain she has. Has she been suffering long? Was she there for something easy to resolve or was she a "no hope" case like mine? Was she trying to reach out to me? Did she need a friend? Someone who would understand her pain? I know I do.

I wonder...maybe I will see her again. I shall make the effort to reach out.